Capitoli 1 – 2 e 3 – 4 e 5
CAPITOLI 4 – 5
* gli amici di giobbe non ce la fanno più a stare in silenzio! Decidono di parlare perché pensano che non si possa più continuare ad ascoltare gli spropositi di Giobbe… e poi, chi tace acconsente!
E magari Dio pensa che noi la pensiamo come Giobbe! Così, dopo un esordio che è un capolavoro di delicatezza: “Se si tenta di parlarti, ti sarà forse gravoso?”, Elifaz affonda il coltello nella piaga e fa a pezzi il povero Giobbe, senza pietà. Stringi stringi, gli dice due cose.
Primo: caro Giobbe, predichi bene e razzoli male: “Le tue parole hanno sorretto chi vacillava, ma ora capita a te e ti abbatti” (4, 3-5)… e intanto Elifaz non si rende conto che lui sta facendo lo stesso: predica bene… ma se capitasse a lui? Al cap. 5, 8 si pone addirittura come modello: “Io invece…” (ecco cosa farei io al posto tuo): presuntuoso e antipatico!
Secondo: se soffri è colpa tua: “Non esce certo dalla polvere la sventura!” (5, 6) che è come dire: pensaci bene e vedrai che qualcosa hai fatto, per meritare tutto questo! Suor Paola ci ricorda il proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” e Marianna semplifica così il pensiero di Elifaz: “Caro Giobbe, ben ti sta!”. Naturalmente noi non siamo d’accordo con Elifaz!!!!!
* 4, 7 quale innocente è mai perito? Qui sta lo scandalo del Libro di Giobbe: nel fatto che si vede un innocente colpito da Dio. Giobbe è un libro scandaloso! E prepara la rivelazione, lo scandalo di un Dio innocente, inchiodato su una croce.
* 4, 17 può il mortale essere giusto davanti a dio? Ovviamente no! Notiamo fin d’ora che Elifaz e amici diranno tante cose buone e giuste. “Il loro errore – osserva S. Kierkegaard – è che essi, che sono uomini, si arrogano il diritto di dirlo a un altro uomo”.
* 5, 26 te ne andrai alla tomba in piena maturità. Ci siamo chieste: “Cosa intendiamo per “maturità”? Quando una persona è matura?” e abbiamo risposto: “Una persona è matura quando ha senno, saggezza, esperienza, quando sa dominare se stessa, quando sa stare sola con se stessa…”. Per te, quando una persona è matura? Il libro della Sapienza (4, 8-9) ci dice cosa intende Dio per maturità: “Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza; e un’età senile è una vita senza macchia”.
Abbiamo commentato le parole della Sapienza con la favola:
IL TEMPO FUGGE
Son due giorni che, nella fattoria, è nato un vitellino, Metello. E son due giorni che il vitellino, cerca qualcuno con cui giocare.
“Mamma, vieni a saltellare con me sull’erba?”. “Non posso, tesoro mio, oggi ho un mucchio di cose da fare e la sera viene presto: il tempo fugge!”
“Papà, giochi con me?”, sta chiedendo nello stesso momento Marinella, la figlia del fattore. “Non posso, devo sbrigarmi ad andare al mercato. Il tempo fugge, cocca, lo imparerai presto”. “E dove fugge?” chiede la bambina, ma la sua domanda rimane senza risposta perché il papà è già salito sul carretto e la saluta con un cenno della mano.
“Proviamo a scoprire noi dove fugge il tempo?”, propone Metello a Marinella. Questo sì che è un gioco emozionante! Appena usciti dal cancello della fattoria però, entrambi hanno un momento di esitazione: il tempo che fugge, andrà a destra o a sinistra? “Per me, a destra – dice Marinella – perché le lancette dell’orologio camminano sempre verso destra”.
Così, presa la prima strada a destra e poi la prima curva a destra camminano fino a mezzogiorno. Il sole splende sopra di loro, i suoi raggi sembrano lunghe strade che solcano il cielo.
“Se prendessimo una di quelle strade?”, dice il vitellino. Ci credete? È più facile di quanto non sembri. Basta andare là dove finisce il prato. Proprio là un raggio di sole scende a sfiorare la terra. Marinella e Metello camminano già su di esso. Ogni passo li porta in alto, sempre più in alto, finché la terra scompare dalla loro vista. Ora non c’è nient’altro che cielo e nubi bianche, simili a piantagioni di cotone sospese nell’aria. Un soffio di vento gagliardo si insinua adesso tra le nuvole, le scompone, le straccia, le sfilaccia, le spazza via con decisione. Quando tutto ritorna calmo, la bambina e il vitellino si accorgono che, sparite le nubi, davanti ai loro occhi si staglia un palazzo altissimo, rilucente di marmi, ori e pietre preziose. Alla loro tacita domanda, risponde una leggera brezza che sta passando di lì:
“Questa è la dimora del Padrone del Tempo. Il portone è sempre aperto, entrate pure”.
Marinella e Metello varcano la soglia del palazzo e si ritrovano in una sala immensa, sulle cui pareti sono allineati migliaia di orologi, tutti fermi. Sì, è strano a dirsi, ma nella dimora del tempo, sembra che il tempo non ci sia.
“Qui il tempo non fugge più!”, esclama Marinella.
“Perché qui il tempo è eterno”, spiega il Padrone del tempo, un bel vecchio dalla barba fluente.
” Tutto il tempo che fugge sulla terra, viene qui?”, domanda il vitellino.
“Sì, ora vi faccio vedere”.
Il Padrone del Tempo conduce i due visitatori in un’altra sala dove c’è un andirivieni silenzioso di operai, vestiti di bianco: chi pesa, chi misura, chi riempie ampolle di vetro, chi scrive.
“Ecco, vedete? Tutto il tempo dei mortali, qui è soppesato, valutato. Del proprio tempo, ciascuno dovrà rendere conto a me. Perché il tempo è un dono, tra i più preziosi, che non va sciupato. E poiché è un dono, l’uso migliore che se ne può fare è quello di donarlo, di spenderlo per gli altri. Con il generoso del proprio tempo, allora, io sarò generoso, ma con l’avaro sarò avaro”.
Un operaio si avvicina al Padrone del Tempo, con un gran quaderno in mano: “Signore mio, qui cosa scrivo?”. “Scrivi settanta”.
“E qui?”. “Otto… no, sette: può bastare”.
“Cosa sono questi numeri?”, domanda Metello, incuriosito. “Questi numeri sono il tempo fissato a ciascun mortale, all’inizio della sua vita”. “Ma a uno hai dato settanta, a un altro sette – osserva Marinella. – Non è giusto!”. “Sì, ad alcuni viene dato molto, ad altri poco, ma è così solo in apparenza. In verità, a ciascuno viene dato il tempo necessario per fare quello che io mi aspetto da lui. State un po’ a vedere!”
Il Padrone del Tempo porge a Marinella due ampolle di vetro, in apparenza simili e domanda: “Quale pesa di più?”. “Senza dubbio questa! – esclama la bambina indicando una delle due ampolle – Riprendila subito altrimenti mi casca, pesa troppo!”. “Su questa così pesante, cosa c’è scritto?”. “Otto”, legge Marinella. “E sull’altra?”. “Ottanta”. “Ecco quello che volevo dimostrare: alla fine di una vita, otto anni possono pesare quintali e ottant’anni, al contrario, possono pesare meno di un pulviscolo di polvere, sulla mia bilancia. Tutto dipende da ciò che si è messo dentro al proprio tempo, poco o tanto se ne sia avuto. Ricordate bene questo: una vecchiaia veneranda non si calcola dal numero degli anni, l’anzianità non sta nei capelli bianchi, ma in una vita senza macchia. Ai miei occhi, vecchio, cioè maturo, pronto, può essere un bimbo di un giorno e, al contrario, infante, immaturo per l’eternità può essere il più anziano dei mortali. Fate tesoro di quanto avete appreso e ora ritornate alle vostre case perché, questa volta sono io che lo dico, il tempo fugge!
“Perché fugge?”, domanda Marinella. “Per stimolarvi a farne tesoro, a non sciuparlo”.
“Finché tu ci darai tempo – promettono Marinella e Metello, lasciando la dimora del Padrone del Tempo – lo impiegheremo a fare il bene.
PER LA PREGHIERA
* Il salmo 34 incomincia così: “Benedirò il Signore in ogni tempo”
Benediciamolo dunque per i tempi della nostra vita:
* Grazie, Signore, per il tempo che ho vissuto finora e per quello che vivrò. Grazie per le persone che ho incontrato e per quelle che incontrerò. (Rosaria)
* Grazie, Signore, per il tempo che sto vivendo, questi anni universitari così belli che superano le mie aspettative. Ti prego: toglimi l’ansia per quello che sarà! (Marianna)
* Puoi continuare tu…
GIOBBE capitoli 2 e 3
* Dio chiede a satana che torna da un giro sulla terra: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe?”, come a dire: spero non ti sia sfuggita una tale maraviglia! Kierkegaard osserva: “Così parla un uomo della cosa gloriosa che gli appartiene e di cui è fiero”. Marianna obietta: “Dio permette che Satana provi Giobbe. Questo, giuridicamente, si chiama: “concorso”. Che differenza c’è tra Dio e satana?” La differenza sta nello scopo che si prefiggono: satana prova Giobbe per farlo cadere; Dio permette che Giobbe sia provato per innalzarlo, glorificarlo davanti a tutti. Dio quindi è ben contento di “concorrere” nel provare Giobbe! Kierkegaard dice che Dio si crede così sicuro di Giobbe da osar scatenare contro di lui il pericolo unicamente per avere il piacere di vederlo vincere. Questo vale anche per noi. Dio vuole che la prova della nostra fede torni a nostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Cristo Gesù (1ª Lettera di Pietro 1, 7).
* Satana ha lasciato a Giobbe la moglie perché si ricordava di una certa donna che gli aveva reso un buon servizio: Eva. “Il diavolo lasciò al fianco di Giobbe non una consolatrice, ma una sua collaboratrice” (S. Agostino). Adamo aveva seguito la moglie, Eva. Giobbe allontana da sé la moglie, novella Eva: “Fu migliore Giobbe, putrescente sulla cenere, che non Adamo, integro nel paradiso” (S. Agostino). Il vero senso delle parole della moglie di Giobbe: “Benedici Dio e poi muori”, è: “Bestemmia Dio e poi muori”. Il testo ebraico porta: “benedici”, per evitare che il verbo “bestemmiare” si trovi accanto al Nome di Dio. Quale rispetto per il Nome santo di Dio!
* Quello di Giobbe è uno sfogo amaro. Più volte torna il termine, pesante come un macigno: “Perché?”. Questo urlo anticipa di cinquecento anni il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. (Mt. 27,46). Giobbe maledice il giorno della sua nascita, giorno disgraziato che gli ha portato tante disgrazie. Ma come? Ha appena benedetto Dio e adesso maledice! Due sono le osservazioni da fare:
1. Non dobbiamo attenderci un parlare logico da uno che soffre. Nella sofferenza uno non sa più quello che dice. Giobbe stesso dirà: “I miei sono i detti di un disperato! Io non sono in me stesso!”.
2. Avvicinandosi al Mare delle Sirene, Ulisse chiese ai suoi marinai di legarlo all’albero maestro della nave e di non slegarlo neppure se li avesse implorati urlando e piangendo. Egli espresse cioè, finché era in grado di intendere e di volere, la sua vera, libera volontà. Anche Giobbe, nel primo capitolo, ha espresso il suo sentire più profondo, la sua volontà che è quella di benedire Dio. Poi, stretto dalla morsa del dolore, straparla e sembra smentire quello che ha appena detto. Ma il vero Giobbe resta quello del primo capitolo. E Dio lo sa bene…
PER LA PREGHIERA
* Ribaltiamo le parole di Giobbe benedicendo Dio per la nostra nascita:
Sei tu, Signore, che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora. (Salmo 138, 13 -18)
* Ti benedico, Signore, perché sono viva! (Chiara)
* Ti benedico, Signore, per la famiglia in cui mi hai fatto crescere (Rosa)
* Ti benedico, Signore, per tutte quelle cose che ancora non so vedere come una tua benedizione (Giulia)
Puoi continuare tu….
* COMMENTO AL CAPITOLO 1 *
* Il libro mette subito in chiaro che il male non viene da Dio. Egli lo permette. Quando una prova bussa alla nostra porta noi spesso reagiamo incolpando Dio: “Io non ho fatto niente di male! Prego, vado in chiesa, perché mi succede questo?”. Ma i bambini non ragionano come noi! Un giorno Marianeve, 7 anni, ricoverata nel reparto di oncologia pediatrica dove sono volontaria, mi disse: “Io sono sicura che Gesù mi vuole bene e mi guarisce!”. La mamma reagì vivacemente: “Nevina! Se Gesù ti voleva bene, prima di tutto non ti faceva ammalare!”. Il tono di voce era duro, più rivolto a Dio che alla figlia. Ma anche Marianeve reagì vivacemente! Disse: “Ma mamma, Gesù non fa queste cose! È il diavolo che le fa!”. I bambini sono semplici e retti nei loro ragionamenti: Dio è buono, quindi non può fare il male. Il male deve venire per forza dal cattivo.
* IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO. Ci saremmo aspettati che Giobbe dicesse: “Il Signore ha dato, il diavolo ha tolto”. Perché dice che il Signore ha tolto? Perché, dietro Satana egli vide la mano di Dio, il suo permesso. E poiché vide la mano di Dio, non vide la disperazione.
* IL SIGNORE HA DATO. Nell’istante in cui il Signore tolse tutto, Giobbe disse per prima cosa: “il Signore ha dato”. Sappiamo per esperienza come sia facile, nei momenti bui, dimenticare i momenti di gioia. E anche quando li si ricordano, servono solo a rendere più triste il dolore. Kierkegaard scrive: “La gratitudine riposò nell’anima di Giobbe e fece sì che egli potesse prendere congedo in modo amicale da tutto ciò che aveva avuto quasi che non fosse più il Signore a togliere, ma Giobbe a restituire”. Dicendo: “Nudo sono uscito dal seno di mia madre, nudo vi ritornerò”, Giobbe ricorda che, prima o poi, dovremo lasciare tutto quello che abbiamo. A lui la restituzione è stata chiesta un po’ prima del tempo, ma è stato trovato pronto a restituire!
* La benedizione di Giobbe mi è particolarmente cara perché legata a Serenella e alla sua mamma, Rosanna. Cresciuta in una famiglia atea, Serenella, aveva percorso un suo cammino interiore e aveva incontrato Dio. A 16 anni le venne diagnosticato un tumore alle costole. Accompagnando la figlia sofferente, la mamma incontrò Gesù, l’Uomo dei dolori. Al funerale di Serenella, si avvicinò al microfono e ribaltò le parole di Giobbe. Anziché dire: “Il Signore ha dato… ha tolto”, disse: “Il Signore ha tolto, il Signore ha dato. Sia benedetto il Nome del Signore”. Aveva infatti tolto una figlia, aveva dato Se stesso. La mamma di Serenella ha narrato la sua conversione in un libro stupendo, coinvolgente: R. Garofalo, “Sopra le ali dell’aquila”, editrice Àncora. La libreria Àncora di Roma è in Via della Conciliazione.
QUESTA È SOLO UNA BREVE SINTESI DEL NOSTRO COMMENTO A GIOBBE… SE VUOI SAPERNE DI PIÙ VIENI DI PERSONA!
PER LA PREGHIERA
Signore, Tu togli solo per dare. Per questo ti preghiamo:
- Togli da noi ogni egoismo e donaci il tuo Spirito di carità.
- Togli da ogni traccia d’ira e donaci il tuo Spirito di dolcezza.
- Toglici la morte e donaci la vita. (Giulia)
- Toglici il timore di affrontare le scelte quotidiane e donaci la fiducia in Te. (Rosaria)
- Toglici tutto quello che ci separa da Te e donaci la tua Presenza (sr. Paola)
Puoi continuare tu…

nadia De angelis detto,
24 Novembre 2008 a 21:44
Toglici ansie e paure e guidaci come un servo che tu hai liberato. ( Nadia)