Capitoli 40, 41 e 42

CAPITOLI 40 – 41 – 42

* 40, 4 MI METTO LA MANO SULLA BOCCA. “Giobbe ha fatto silenzio per ascoltare ciò che Dio dice a qualcuno che è dentro di lui. Il suo spirito è come una grotta profonda dove i versetti della Parola di Dio s’inabissano l’uno sull’altro provocando un’eco lunghissima” (P. Claudel).   

* 40, 23 L’IPPOPOTAMO è calmo anche se il fiume Giordano gli sale fino alla bocca. “Alzano i fiumi il loro fragore – dice il salmo 93 – ma più potente della voce di grandi acque, potente nell’alto è il Signore”. Se il dubbio, la tentazione, la paura, il dolore, se nemici esteriori o interiori, alzano le loro voci minacciose contro di noi, conserviamo la calma, la pace, la fiducia di chi sa che Dio è più potente di tutto e di tutti.   

* 40, 25 ss. IL LEVIATAN. Mostro del caos primitivo simile a un serpente-drago marino. Esso è simbolo delle forze del male, di tutte le energie negative dell’essere e della storia. Dio lo mostra a Giobbe con un giunco nelle narici e con la mascella forata da un uncino (v. 26). Ai pesci catturati con l’amo, venivano forate le mascelle per farvi passare un bastone, così da trasportarli. Mostrandogli il Leviatan arpionato, Dio intende dire a Giobbe: “Hai visto? Il potere di Satana non è senza limiti. Io gli ho dato il permesso di colpirti, ma lo tenevo saldamente nelle mani. Questa offensiva del diavolo contro di te che egli ha sollecitato e che io ho permesso (cap. 2), esigeva che io e te fossimo una cosa sola perché tu potessi resistere. Cosicché io ero dentro al tuo dolore, dentro alla tua ribellione, dentro alla tua accanita resistenza e dentro alla tua fede intrepida. Questo vale per ciascuno di noi: quando siamo nel dolore, Dio non è lontano da noi; non è neppure semplicemente accanto a noi: Egli è dentro di noi. Soffre in noi e con noi.
Il salmo 104 ci mostra il Leviatan ormai dominato da Dio e diventato una creatura giocherellona: “Ecco il mare spazioso e vasto: lì guizzano senza numero animali piccoli e grandi. Il Leviatan che tu hai plasmato perché in esso si diverta”. Secondo una tradizione rabbinica, la giornata di Do è scandita di tre ore in tre ore, secondo una regolarità degna di un monaco! “Durante le prime tre ore del giorno, Dio studia il Talmud (cioè il commento alla legge orale ebraica). Dalla quarta alla settima ora siede sul suo trono e giudica il mondo. Ma poiché vede che tutto il mondo è colpevole, per non distruggerlo, si alza dal seggio della Giustizia e, per altre tre ore, si siede sul trono della Misericordia. Che cosa fa Dio nelle restanti tre ore? Gioca con il Leviatan!”.   

* 41, 26 LE FIERE PIÙ SUPERBE. La traduzione letterale è: i figli dell’orgoglio. Queste fiere dunque non hanno quattro zampe, ma due… gambe!

* Capitolo 42: DIO REINTEGRA LA FORTUNA DI GIOBBE. Commentando il capitolo 38 avevamo trovato deludente la risposta di Dio. Ammettiamolo pure (ma Claudel non è d’accordo!). Se Dio delude a parole, non delude invece con i fatti! Quanti uomini invece (politici in testa) fanno discorsi mirabolanti, ma poi deludono con i fatti!!! In questo capitolo capiamo e vediamo come Dio abbia permesso a Satana di colpire Giobbe per avere la gioia di vederlo vincere, per esaltarlo, innalzarlo, glorificarlo davanti a tutti. S. Gregorio Magno dice che Giobbe è una fulgida anticipazione di ciò a cui tende la storia della salvezza. Il povero Bildad era stato profeta… suo malgrado! Nel capitolo 8, infatti, aveva detto a Giobbe: “Piccola cosa sarà la tua condizione di prima, di fronte alla grandezza che avrà la futura (v. 7). Quando poi diceva: “I tuoi nemici saran coperti di vergogna” (v. 22) non sapeva, poveretto, che stava parlando  di sé e dei suoi degni compari!

* 42, 5 – 6 TI CONOSCEVO PER SENTITO DIRE… MA ORA I MIEI OCCHI TI HANNO VISTO. La scoperta del vero volto di Dio avviene per “visione”, ossia per rivelazione, e non per sentito dire, cioè per riflessione e deduzione. Il vero volto di Dio (è questa un’altra delle preziose lezioni del libro di Giobbe) lo si scopre attraverso la “via povera” della prova e del dolore, e non attraverso quella “sontuosa” degli amici teologi che ricorrevano alle loro tesi e alla loro ragione, limitata a compiaciuta. 

* 42, 6 MI RICREDO E NE PROVO PENTIMENTO. Il litigio si è placato nel silenzio.

* 42, 7 NON AVETE DETTO DI ME COSE RETTE COME IL MIO SERVO GIOBBE. “Cose rette” o “vere”.
Giobbe è sempre stato vero davanti a Dio, gli ha parlato in nome della profonda confidenza, di quel legame d’amore indissolubile che c’è tra lui e il suo Creatore, gli ha parlato in uno slancio incontenibile del cuore. Gli amici invece hanno parlato per interesse, per tenersi buono Dio, lo hanno adulato spudoratamente!

* 42, 8-10 L’INTERCESSIONE DI GIOBBE. Nella Bibbia viene sottolineata più volte la forza della preghiera d’intercessione. Abramo prega Dio di usare misericordia verso gli abitanti di Sodomia e Gomorra (Gn 18); Mosè interviene in favore del popolo che ha peccato (Es 32). Anche i profeti, in particolare Geremia, sono presentati come grandi intercessori. Colui che intercede è sempre un uomo vicino a Dio, sia per la chiamata ricevuta, sia per l’intensità della sua fede. L’intercessione infatti si basa sulla confidenza con il Signore e fa appello alla sua misericordia verso tutti gli uomini. Gesù, che è una cosa sola con il Padre è il nostro grande intercessore presso di Lui.
Chiara ci ha fatto notare che, se Giobbe intercede per i suoi amici, significa che li ha perdonati di vero cuore!

* 42, 10 DIO RISTABILÌ GIOBBE NELLO STATO DI PRIMA. Dato che gli amici hanno ripetuto, fino alla noia, che il giusto è benedetto da Dio e gode anche della prosperità materialmente, Dio inonda Giobbe di benefici: è il riconoscimento ufficiale, visibile, coram populo, della giustizia e rettitudine di Giobbe offuscata dalla prova. È il sigillo divino su tutta la vicenda.

* v. 11 TUTTI (FRATELLI, SORELLE, CONOSCENTI) VENNERO A TROVARLO. E bravi! Dov’eravate prima? La storia si ripete anche ai giorni nostri.  Veri (e i falsi) amici si riconoscono nel momento del bisogno…

* 42, 13 -15 LE FIGLIE DI GIOBBE. “Colomba” è nome di uso frequente nella poesia amorosa orientale (vedi il Cantico dei Cantici: “Vieni mia colomba, mia bella”). Cassia è il nome di una pianta da cui si estraeva una polvere profumata. Lo stibio è un metallo fragile di colore argenteo con cui le donne orientali coloravano le sopracciglia. Con questi riferimenti alla cosmesi l’autore vuole evocare la straordinaria bellezza delle figlie di Giobbe. 

EPILOGO. Secondo alcuni, quello di Giobbe non è un libro a lieto fine. Chi dice così, porta come prova il fatto che non gli vengono restituiti i figli che sono morti (vedi cap. 1). Non sono d’accordo. Nel primo cap. abbiamo visto come Gb, fosse preoccupato per il fatto che i suoi figli potessero commettere qualche colpa: “Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore” (v. 5). Per questo si alzava di buon mattino e offriva olocausti per loro. Ora i suoi figli sono presso Dio, non possono più peccare. In una prospettiva di fede, questa è una grazia! Una mia carissima amica, rimasta vedova, che sta soffrendo per la separazione di suo figlio dalla moglie, mi ha confidato: “Io ringrazio il Signore perché mio marito ce l’ho in Cielo. Così il mio matrimonio è al sicuro”. I figli di Giobbe sono al sicuro: che senso avrebbe privarli della vita eterna per ridare loro una vita in cui incontreranno di nuovo la morte? 

* PER LA PREGHIERA *

Fa’ o Signore, che le tue Parole penetrino nelle cavità più profonde del nostro cuore, suscitandovi l’eco eterna del tuo amore per noi e sollevando, come un nugolo di polvere che si disperde, tutti i nostri dubbi, le nostre paure, i nostri tentennamenti, le nostre resistenze affinché non ti vediamo più come il nemico della nostra libertà e della nostra gioia, ma come l’alleato più prezioso della nostra felicità terrena ed eterna. Amen.   

* PREGHIAMO INSIEME:

* Oh, Tu che abiti nel profondo del mio cuore,
fa’ risplendere la tua luce nel profondo del mio cuore. (Alice)

* Oh, Tu che abiti nel profondo del mio cuore,
insegnami a perdonare nel profondo del mio cuore. (Marianna)

* Oh, Tu che abiti nel profondo del mio cuore …

Gb Gb1 

“Mangiarono il pane nella sua casa”. (Gb 42,11)

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