Capitoli 26,27,28 – 29,30,31

 CAPITOLI 29 – 30 – 31

* Il cap. 29, possiamo intitolarlo: “IL CANTO DELLA NOSTALGIA”. In esso, infatti, Giobbe rievoca con nostalgia il suo passato felice. Allora egli era in amicizia con Dio (v. 5) e da lui benedetto con grande prosperità, al punto che poteva lavarsi i piedi nel latte e raccogliere l’olio dalla roccia (v. 6). 

pioggia* 29, 23 MI ATTENDEVANO COME SI ATTENDE LA PIOGGIA. La pioggia di cui si parla è quella primaverile che affretta la maturazione delle messi. Una pioggia dunque benefica. In senso spirituale, questa pioggia è la Parola di Dio: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55, 10-11). E per bocca del profeta Osea (14, 6) il Signore promette: “Io sarò come rugiada per Israele”. Questa pioggia dunque è una persona, è Dio stesso, è il Verbo di Dio, è la seconda Persona della Santissima Trinità. La pioggia primaverile è, per noi, Gesù! “O Dio, tu sei il mio Dio, di te ha sete l’anima mia; a te anela la mia carne come terra deserta, arida senz’acqua”: così inizia il salmo 63. Sant’Agostino commenta: “L’anima del salmista ha sete di Dio: questa è una sete buona. Tutti gli uomini hanno sete: chi di denaro, chi di piacere, di gloria, di potere. Pochi sono quelli che hanno sete di Dio”. Lascio a voi di rispondere a questa domanda: io di che cosa ho sete? Dimmi di che cosa hai sete e ti dirò chi sei…

* Dopo il “canto della nostalgia” del cap. 29, nel CAPITOLO 30 Giobbe intona una dura lamentazione sul suo tragico presente. Dio che prima era il centro e la sorgente della fortuna, diventa ora la causa e la radice della rovina. Il testo non lo nomina mai in modo diretto, ma lo coinvolge esplicitamente nella drammatica situazione vissuta attualmente dal protagonista.

* 30, 11 EGLI HA ALLENTATO IL MIO ARCO. Una corda allentata non è in grado di scoccare la freccia. Giobbe ricorre a questa immagine per affermare come Dio lo abbia ridotto all’impotenza. Già nel cap. 29, 20 aveva fatto ricorso all’immagine dell’arco per esprimere la sua forza.

Anziché “il mio arco”, il testo ebraico porta: “la mia corda”; potrebbe perciò riferirsi anche alla fune che tiene eretta la tenda, nel qual caso avremmo forse un’allusione a Gb 4, 21 in cui Elifaz paragona il fragile destino umano a quello di una tenda le cui corde sono strappate: “La funicella della loro tenda non viene forse strappata?”.

* 30, 29 Gb si sente FRATELLO DEGLI SCIACALLI, animali impuri del deserto, accomunato agli STRUZZI, considerati le bestie più stupide del creato.   

* Al ricordo nostalgico del passato e al lamento tragico sul proprio presente, segue nel CAPITOLO 31 una proclamazione d’innocenza espressa attraverso un giuramento che coinvolge anche Dio e che si trasforma in una automaledizione, qualora esso non corrispondesse alla verità e alla coscienza di chi lo pronuncia.

* 31, 10 Giobbe è talmente sicuro della propria innocenza da accettare, se fosse provato il contrario, la schiavitù della moglie (MACINI PER UN ALTRO) e persino la violenza carnale (ALTRI NE ABUSINO). Il fatto che la sanzione chiami in causa la moglie si spiega considerando che per la mentalità antica, condivisa da Israele, la donna era ritenuta proprietà esclusiva dell’uomo. La pena riservata alla moglie doveva apparire particolarmente ripugnante per un Ebreo, così attaccato al possesso geloso della moglie, cosicché la pena ricade materialmente sulla moglie, ma moralmente sul marito. Più grave dell’abuso del disonore della donna è il disonore dell’uomo!

* 31, 18 DIO COME UN PADRE MI HA ALLEVATO FIN DALL’INFANZIA. “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11, 1-4). Basta questa citazione di Osea per spazzare via l’idea che il Dio dell’A.T. sia un Dio tremendo, sanguinario, vendicativo. Tra l’altro questa teoria è stata condannata come eretica dalla Chiesa.

* 31, 35 ECCO QUI LA MIA FIRMA! Alla lettera: il mio Tau. Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e ha il valore di un sigillo di autenticazione. Questa firma è come una sfida a Dio, chiamato in causa, perché reagisca con una sua deposizione.

* 31, 35-36 Il poeta Paul Claudel vede simboleggiato in questo DOCUMENTO SCRITTO portato sulle spalle, la croce di Gesù, in base alle parole di Paolo ai Colossesi: “il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli, Cristo Gesù lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” Col 2,14). Nel DIADEMA, Claudel vede prefigurata la corona di spine. L’innocenza di Giobbe è scritta su un rotolo. Questo spiega come egli possa pensare di cingersi con esso la fronte. “Con passo fermo, portando con orgoglio quel documento di innocenza, come fosse un trofeo, Giobbe s’avanza e, ritto in un ideale processo, attende che si faccia vivo proprio l’avversario divino. L’ attesa non sarà delusa “(G. Ravasi)

* PER LA PREGHIERA *

* Vieni, Signore, come un acquazzone a lavare tutto per bene! (Chiara)
* Vieni, Signore, come luce a rischiarare i nostri passi! (Luisa)
* Vieni, Signore, come rugiada a dissetare i nostri cuori! (Madre Claudia)
* Vieni, Signore, come un punto fermo a dare stabilità a tutto il nostro fluttuare (lauretta)

* Continua tu…

farfalla3CAPITOLI 26 – 27 – 28

 * 26, 13 AL SUO SOFFIO SI RASSERENANO I CIELI. Noi chiamiamo la Terza Persona della Trinità “Spirito Santo”. Così traduciamo la parola ebraica RUAH che significa “vento”, ma anche “soffio, respiro”. Lo Spirito Santo è il soffio, il respiro, la vita stessa di Dio. Se lo Spirito Santo è il soffio di Dio è lui che, in senso spirituale, rasserena il cielo della nostra anima quando è velato da spesse nubi nere.
Un giorno Gesù si trovò alle prese con un cielo e un mare in tempesta, vi ricordate? Provate a ricostruire l’episodio, tutto ciò che vi ricordate. Poi leggete il Vangelo di Marco cap. 4, 37 ss.
L’evangelista Marco ci dice che Gesù “sgridò il vento [...] Il vento cessò e vi fu una grande bonaccia”. Sgridò il vento, rasserenò il cielo e il mare con la forza che era in lui, lo Spirito Santo! 
* 27, 2 PER LA VITA DI DIO. Formula che introduce quello che tecnicamente viene definito un “giuramento d’innocenza”. Questo giuramento segna una sconfitta netta dei tre amici i quali avevano sollecitato una confessione delle proprie colpe da parte di Giobbe. Per avere giustizia, Giobbe si appella al Dio che gli nega (apparentemente!) giustizia. Lo stesso farà Gesù sulla croce. Dopo avere detto: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”, esclama: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
* 27, 5 LUNGI DA ME CHE IO MAI VI DIA RAGIONE. E noi diamo ragione a Giobbe e gli diciamo: Bravo, continua così, resisti! Non ti lasciar turbare da quello che dicono quei tre!
* 27, 11 IO VI MOSTRERÒ LA MANO DI DIO. Giobbe si fa maestro di quei presunti (e presuntuosi) sapienti che sono i suoi amici. Alle loro formule dogmatiche contrappone ancora una volta l’evidenza contraria dell’esperienza. NON VI CELERÒ I PENSIERI DELL’ONNIPOTENTE. Gesù dirà ai suoi discepoli: “Vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15)..
* 27, 13-23 In alcune edizioni della Bibbia, questi versetti fanno parte del discorso di Giobbe, ma sono da attribuire a Zofar (del quale manca un intervento) perché si tratta dell’ennesima descrizione del destino tragico e rovinoso dell’empio.
* 28, 10 SU QUANTO È PREZIOSO POSA L’OCCHIO. Dimmi su che cosa posi l’occhio e ti dirò chi sei.
* 28, 12 MA LA SAPIENZA DA DOVE SI ESTRAE? Giobbe si chiede: da dove viene la sapienza? Ma prima ancora bisogna che ci chiediamo: “Che cos’è la sapienza?”. Per l’uomo biblico, la sapienza è il mistero stesso di Dio, è il suo pensiero, è l’ispiratrice di tutte le opere della creazione. Essa è trascendente e dunque inaccessibile all’uomo: “Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi” (v. 23). Per questo Giobbe conclude: “temere Dio, questo è sapienza” (v. 28); temerlo è inteso qui nel senso di riconoscere la sua grandezza, la sua  maestà, la sua santità, la sua “alterità”. Dio solo conosce la via della sapienza, è la conclusione di Giobbe. Ma poiché “Gesù per noi si è fatto via”, come dice S. Agostino, è la Via (Gv. 14, 6), ecco che la sapienza non è più inarrivabile. “Se la montagna non va da Maometto, si dice, Maometto va alla montagna”: se l’uomo non può arrivare fino al trono della sapienza divina, la sapienza divina lascia il suo trono e scende in mezzo agli uomini. “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi!” esclama S. Giovanni all’inizio del suo vangelo. Possiamo anche dire: “la Sapienza si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi!”. La sapienza fatta carne ha un nome: Gesù. Se la sapienza è una persona, allora è completamente ribaltato il rapporto che l’uomo ha con essa perché, una persona, la si conosce, si stabilisce con lei una relazione vera, intima, profonda non per via di intelligenza, di ragionamento, di studio, ma attraverso le vie misteriose e segrete del cuore: ascoltandola, passando del tempo con lei, cercando di conoscere i suoi pensieri, i suoi desideri. Se la Sapienza la si conosce con il cuore, ecco che, per alcuni, resta ancora valida la conclusione di Giobbe, cioè che essa è inaccessibile. Inaccessibile a chi crede di poterla conquistare, dominare con le sue proprie forze, con la sua intelligenza. Per questo San Paolo dice: “Il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio”. (1 Cor 1, 21). Chi conosce veramente Dio? Lo ha detto Gesù: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25), cioè ai semplici, ai puri di cuore, agli umili.  Cosicché si può avere tanto sapere su Dio, ma non il sapore di Lui.
La parola “sapienza” deriva dal latino “sapère”, avere senno, che, a sua volta deriva da “sàpere”, avere gusto, sapore. Gusto di Dio e delle cose di Dio. “Gustate e vedete com’è buono il Signore” dice il salmo 34: i santi sono coloro che hanno gustato il sapore di Dio e trasmettono il sapore di Dio. Di S. Francesco d’Assisi si racconta che “quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste, lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme”, lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva: “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza e la soavità di quelle parole”.
Aurelio Agostino era uno che sapeva di filosofia e di retorica, ma quando conobbe Dio, conobbe un’altra sapienza, un altro gusto e sapore delle cose, della vita. Nelle sue Confessioni esclama: “Ti ho gustato, Signore, e ora ho fame e sete di Te!”.
Un giorno, in una scuola materna, raccontai la favola: “Il viaggio delle farfalle”. È la storia di un gruppo di farfalle di pasta bianche, senza sapore, che volano via dal piatto di una bambina e se ne vanno per il mondo. Una farfalla si posa su una pianta di ciliegie, un’altra svolazza in cielo, un’altra ancora si posa sul saio di un fraticello. Quando tornano nel piatto, la bambina scopre che una farfalla di pasta ha il sapore di ciliegia, un altra ha il sapore di un arcobaleno di gioia, un’altra ancora sa di letizia francescana. Al termine della favola mostrai ai bambini una farfalla tutta d’oro e li inviati a immaginare dove si fosse posata, per prendere quel colore. Dopo avere immaginato che fosse andata nella cassa del tesoro di un pirata o sulla corona di una principessa, i bambini arrivarono a dire che si era posata sul trono di Dio. Io osservai: “Ma allora questa farfalla ha preso il sapore di Dio! Come sarà il sapore di Dio?”. I bambini dissero: “Dio è sapore di nuvole. Dio è sapore di tutte le cose buone. Dio è sapore di un amico. Dio è sapore di ti voglio bene!”.     

 * PER LA PREGHIERA *

 

* Dio ha, per me, il sapore della domenica mattina al mio paese, quando tutti vanno alla Messa e salutano gli anziani seduti davanti a casa. E così la domenica ha il sapore di Dio! (Marianna)
* Dio ha, per me, il calore del fuoco di bivacco quando arde davanti ai nostri occhi e anche quando si spegne perché, allora, si riaccende dentro ai nostri cuori.  (Giulia)
* Dio ha, per me, sapore di un cuscino, una morbida coperta perché la sua presenza è il mio riposo (Alice).
* Il Nome di Gesù è come una zolletta di zucchero che, lentamente, si scioglie in bocca! (Chiara)  
* Dio ha, per me, la scioglievolezza del cioccolato! (lauretta)

Continua tu…

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