Capitoli 21,22 – 23,24,25
CAPITOLI 23,24,25
* 23, 8-9 SE VADO IN AVANTI, EGLI NON C’È… Questi due versetti sono una splendida descrizione della “Notte della fede” o “Notte Oscura”. Dopo la morte di Madre Teresa di Calcutta è stato pubblicato il libro: “Il segreto di Madre Teresa”. Questo segreto è il fatto che ella, per moltissimi anni, visse nel buio della notte della fede. Sentiamo come la descrive lei stessa, nelle lettere al suo padre spirituale: “Non pensi che la mia vita spirituale sia ricoperta di rose! Raramente incontro questi fiori sulla mia strada. Anzi, posso dire di avere l’oscurità come mia compagna. Il mio sorriso è un gran mantello che copre una moltitudine di dolori. Tutti pensano che la gioia, l’amore, l’intima unione con Dio impregnino il mio cuore: se soltanto potessero sapere! I dannati dell’inferno soffrono le pene eterne perché sperimentano la perdita di Dio; nella mia anima io provo il terribile dolore di questa perdita, sento che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio, che Dio non esiste veramente. C’è una solitudine profonda nel mio cuore, c’è una terribile oscurità dentro di me, come se tutto fosse morto, gelido”. Perché Dio ha permesso questa prova nella vita di madre Teresa e di tantissimi santi? A cosa serve? È crudele Dio a comportarsi così? Si diverte a giocare a nascondino con le persone che lo amano? Certamente no! Tanti sono i vantaggi, i doni nascosti nel buio della fede. Madre Teresa li aveva scoperti e lettera dopo lettera confida: “Gesù mi dona di sperimentare e condividere il buio, la desolazione, il vuoto di chi non crede in lui, di sentirmi più vicina a loro. Oscurità, difficoltà e sofferenza sono il test più sicuro della mia totale resa a Cristo, del mio amore per lui”. Come dire: il vero amore si prova nel dolore. Nella notte della fede si purificava anche il suo amore per gli altri perché, dall’amare il prossimo non ricavava gioia, consolazione sensibile: “Se n’è andato l’amore verso chiunque e qualsiasi cosa”. Tanti sono i frutti della notte della fede, ma il più grande di tutti è certamente l’umiltà. Madre Teresa, in vita, era osannata, ricevuta e stimata dai potenti della terra. Dovunque andasse: nelle case dei regnanti, nella sede della Nazioni Unite, si presentava a tutti con lo stesso aspetto umile, quasi dimesso che aveva quando si aggirava tra i suoi poveri. Come può una creatura umana reggere il peso di tante lusinghe, senza inorgoglirsi, senza montarsi la testa? Grazie anche alla notte della fede. Quando premi e riconoscimenti cominciarono ad arrivarle da ogni parte del mondo, commentò: “Perché Gesù mi dà queste cose e non se stesso? Io voglio lui, non i suoi regali!”. Nella notte della fede, a Madre Teresa non importava un bel nulla di tutti i riconoscimenti umani! Un istante di intimità con Gesù sarebbe valso per lei più di mille Nobel. Ma Dio taceva (come con Giobbe). E lei cresceva nella fede nuda, nell’umiltà. Ora valgono per lei le splendide parole di Pietro: “Il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torna a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo!” (1 Pt 1, 7). Vi ho detto queste cose per incoraggiarvi a confidarvi, a parlare senza timore, se mai attraversate uno di questi momenti. I dubbi di fede, fanno parte del cammino di fede. Magari a qualcuna di voi può capitare di pregare, di andare in chiesa, di fare la Comunione e di non sentire niente, magari le viene pure il dubbio che Dio non esista, che nel tabernacolo ci sia solo un pezzo di pane. Si ha timore di passare per atei, se si osa dire: “Mi sembra che Dio non esiste veramente”. E così si resta soli, con i propri dubbi, le proprie paure, il proprio dolore…
Nota bene: Adesso, alla prima fatica nella preghiera, al primo momento di aridità non pensiamo: “Io sono come Madre Teresa!” La notte della fede di cui ho parlato, permessa da Dio, non è da confondere con l’aridità, il vuoto, il buio che uno prova perché non coltiva una vita di fede, di preghiera, di amore verso il prossimo. Per questa “notte” non ci sono scuse!!!
Si parla poco della notte della fede perché si pensa che sia una cosa riservata ai santi. Invece tutti, in misura diversa, la possono sperimentare. Anche i bambini possono piombare nella notte della fede. Per il poeta friulano Biagio Marin, il giorno della sua Prima Comunione fu un giorno di grande aridità e di paura. Così lo ricorda in una poesia della vecchiaia, dedicata alla nonna Tonia:
Nonna, tu m’avevi detto: “Domani sarà il giorno più bello, il più grande di tutta la tua vita
perché nel tuo cuore verrà il Re del cielo, con i suoi angeli e tutto il firmamento.
Parole ti dirà, ma non confuse, parole di verità che sempre dura.
Ascoltalo, figliolo, e datti tutto a Lui, in confidenza”.
Oh nonna, nonna, quelle tue parole erano per me la verità più vera
e al mattino, prevenendo il sole, l’anima mia non era più su questa terra.
Il mio cuore era un portone spalancato, di mandorli bianchi inghirlandato;
per terra avevo steso i desideri del bambino innocente, che non conosce il male.
Tremando ho aspettato che venisse, vestito di nuvole d’oro, nel mio cuore,
piangevo come una sposa novella pensando alla luce del Signore.
Non ho neppure visto il prete, né le mani che mi mettevano in bocca l’Ostia santa;
io guardavo dentro, nella mia carne umana, sperando ciò che i Salmi ci cantano.
… Ma la mia carne è rimasta buia, muto il mio sangue, dopo il Sacramento.
E solo avevo in cuor una gran paura d’andare all’inferno, sul momento.
E dopo, che gran pianto, nonna mia! Un pianto che tu non potevi capire;
la mia fede era in agonia e io, il più infelice dei viventi.
Più tardi la Speranza è ritornata e adesso son sicuro che vien l’ora
in cui l’anima sarà da Dio salvata e che la carne mia vedrà l’aurora.
Sicuro, nonna, della tua parola, che verrà la luce dall’Oriente,
l’aspetto cantando d’ora in ora: “Pietà, Signore Onnipotente!”
* 23, 11 ALLE SUE ORME SI È ATTACCATO IL MIO PIEDE. Che le orme alle quali si attaccano i nostri piedi siano le orme dei piedi di Gesù!
* 24, 12 DIO NON PRESTA ATTENZIONE ALLE LORO PREGHIERE. Qui Giobbe rasenta la bestemmia perché parla (anche lui!) come un ateo. L’ “ateismo” condannato dalla Bibbia consiste proprio in questo: nel negare la presenza e l’azione di Dio nella storia.
* 24, 13- 15 ODIANO LA LUCE… NON VOGLIONO SAPERNE DELLA LUCE. Si possono confrontare questi versetti con l’inizio del Vangelo di Giovanni: Gesù è la Luce vera che viene nel mondo, ma molti non l’hanno accolta, preferendo le tenebre alla luce.
* 25, 2 Dio è COLUI CHE MANTIENE LA PACE NELL’ALTO DEI CIELI. E che la mantiene anche nel piccolo cielo del nostro cuore!
* 25, 6 L’ESSERE UMANO QUESTO BRUCO. Qui “bruco” è detto in senso spregiativo. Ma questo bruco è destinato a diventare una farfalla! “Vermi, nati a formar l’angelica farfalla” (cioè l’anima)”, definisce gli uomini Dante Alighieri. San Paolo ci esorta: “Dovete deporre l’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio” (Ef. 4, 22. 24). Deporre l’uomo vecchio, come la farfalla depone la vecchia larva.
PER LA PREGHIERA
* Grazie, Signore, perché ci farai diventare farfalle! (Maria Chiara)
* Grazie, Signore, per la vita nuova che hai donato a Eluana nel tuo regno. Dona a noi un cuore nuovo perché sappiamo amare la vita in tutte le sue manifestazioni, anche le più deboli. (sr. Paola)
* Grazie, Signore, perché fai nuovo il nostro cuore ogni volta che ci perdoni! (lauretta)
* Grazie, Signore, perché attraverso l’incontro con Lorenzo, hai fatto nuova la vita e la fede di Bettina! (lauretta)
Continua tu…
CAPITOLI 21 – 22
* 21, 4 E PERCHÉ NON DOVREI PERDERE LA PAZIENZA? Giobbe la pazienza la perde, eccome! Eppure è passato alla storia come l’uomo paziente per
antonomasia. “La pazienza di Giobbe” è diventato un modo di dire proverbiale. In tempi di persecuzione, si esortavano i cristiani ad affrontare il martirio con la sua stessa serenità. Ma fu soprattutto la cultura bizantina a esaltare Giobbe, fino a farlo diventare un santo, come attesta una chiesa veneziana a lui dedicata. Tutta la pazienza di Giobbe si regge sulle parole di benedizione che pronunciò all’inizio della sua prova: “Il Signore ha dato il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. Parole che esprimono la sua vera volontà, come abbiamo detto nel commento al terzo capitolo. Tutto il resto (sfoghi amari, impazienza) viene dimenticato. Da Dio… e dai posteri!
La storia della salvezza è anche la storia dell’infinita pazienza di Dio. “Il Signore è lento all’ira”, è una verità che attraversa il libro dell’Esodo e i Salmi; “Sono io che uso pazienza!” dice il Signore per bocca del profeta Isaia. E Malachia rassicura: “Non è stanca la pazienza del Signore!” S. Paolo nella Lettera ai Romani parla del “tempo della divina pazienza” e dice che “Dio ha sopportato con grande pazienza i peccati degli uomini”. “Tale il padre, tale il figlio”, dice il proverbio. È vero? Siamo figli pazienti di un Padre paziente? Magari noi ci riteniamo pazienti, pazientissimi. Sarebbe bello sentire anche cosa pensano gli altri della nostra pazienza!
* 21, 19 DIO SERBA PER I LORO FIGLI IL SUO CASTIGO. In base a Esodo 20,5: “Io sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano”, in Israele si riteneva che fossero spesso i figli e i nipoti a dover subire il castigo per le colpe commesse dai loro padri (dimenticando che la collera di Dio è nulla in confronto alla sua misericordia che, è detto nello stesso versetto dell’Esodo, “dura per mille generazioni!”). I profeti cercheranno di estirpare questa credenza. Ezechiele dirà: “Perché andate ripetendo questo proverbio in Israele: “I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?” Com’è vero ch’io vivo, dice il Signore Dio, voi non lo ripeterete più. Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà”. Anche Giobbe si ribella a una sanzione che non tocca il vero colpevole: essa non è degna della giustizia di Dio. Che a livello popolare una simile concezione continuasse a sopravvivere lo dimostra la domanda che i discepoli pongono a Gesù di fronte al caso dell’uomo cieco dalla nascita: “Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?”(Gv 9,2).
* 21, 19 LO FACCIA PAGARE A LUI STESSO E LO SENTA! Era, per altro verso, anche ciò che diceva Satana nel prologo: “Stendi un poco la tua mano e tocca Giobbe nell’osso e nella carne!”. Un castigo che non tocca l’interessato non è più un castigo.
* 22, 3 CHE VANTAGGIO HA L’ONNIPOTENTE SE TU SEI GIUSTO? È vero che il nostro essere giusti, buoni, santi non accresce di un millimetro la giustizia, la santità di Dio… però accresce la sua gioia perché egli è Padre e, come ogni padre, gode della bontà dei suoi figli, è fiero di loro! Come suonano belle e vere sulla bocca di Dio Padre le parole di Paolo a Filemone: “La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione”. E quelle di Giovanni a Gaio: “Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità” (3 Gv 4). Se saremo figli di Dio giusti obbedienti, amabili quale gioia daremo al nostro Padre celeste! Egli: “Se ne potrà vantare con i suoi conoscenti”(Sir 30,2), cioè con gli angeli e i santi! E persino con quel suo cattivo conoscente che è satana, come è detto nel prologo di Giobbe: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male”.
* 22, 7 NON HAI DATO DA BERE ALL’ASSETATO E ALL’AFFAMATO, HAI RIFIUTATO IL PANE. Suor Paola è attenta a cogliere la drammatica attualità di questo versetto, riferendolo alla vicenda di Eluana Englaro, la ragazza in stato di coma vegetativo, che si vuol far morire di fame e di sete.
* 22, 21-30 Splendido invito alla conversione. Vogliamo dimenticarci che, come al solito, è formulato puntando il dito contro Giobbe e accoglierlo con umiltà.
* 22, 24 SE STIMERAI COME POLVERE L’ORO. Uno che, dopo l’incontro con Gesù, ha stimato tutte le ricchezze che aveva come polvere, o meglio spazzatura, è Paolo di Tarso. Leggiamo come lui stesso ci racconta il suo cambiamento di vita in Fil 3, 7-14. La vita di S. Paolo cambiò lungo la strada di Damasco. Un altro uomo, a Damasco ebbe la vita cambiata: si chiama Jacques Lebreton. Come Giobbe colpito dalla sventura, come Giobbe chiede a Dio: “Perché?”. Come Giobbe si riconcilia con lui e torna felice.
Jacques nasce nel 1922 in Francia. Quando scoppia la 2ª Guerra Mondiale ha 18 anni. Si arruola e viene mandato in Libia. Il 5 Novembre 1942, seduto davanti a una cassa di esplosivi, sta disinnescando le mine con alcuni commilitoni. Uno di loro prende una mina e toglie, in sbaglio, la coppiglia di sicurezza. Spaventato, la passa a Jacques. La mina gli esplode tra le mani, amputandogliele e privandolo anche degli occhi. A Damasco, dove si trova ricoverato, una suora si reca spesso a trovarlo, riportandolo alla fede. E la fede gli dona la GIOIA, una gioia maiuscola! Egli stesso dirà: “Prima di essere ferito, io conoscevo le risate, ma non la gioia, la vera gioia. Ebbene, su quel letto d’ospedale, io ho pianto di gioia. Ho persino detto alla suora infermiera: “Non ci ho rimesso, nel cambio!”. Un giorno Jacques incontra Yvonne, la donna della sua vita. Si sposano e hanno cinque figli. Jacques fonda un’associazione che lavora a favore degli handicappati e che porta il suo nome. Ogni anno, il 5 Novembre, egli annuncia agli amici: “Oggi, champagne per tutti! Offro io”. Illuminato dalla fede, Jacques non considera più il suo handicap come un’infermità e dice: “La sola, vera, infermità è quella di essere “amputati” di Dio”. Lo ha detto anche Gesù: “È preferibile per un uomo perdere le mani e gli occhi piuttosto che perdere la propria anima nell’inferno…” (cfr. Mt 5, 29-30). Ecco una bellissima pagina tratta dalla sua autobiografia:
Quando sono nato, avevo delle mani. È bella una mano: gira, si rigira in tutti i sensi, a volontà. Si piega, si dispiega e si ripiega, così come si vuole. Sì, è bella una mano e io pensavo che Dio doveva essere proprio un grande meccanico per aver inventato una cosa simile! Avevo due belle mani forti e ho imparato a lavorare con le mie mani. Ma quando è venuta l’ora di mettermi al lavoro è arrivata la guerra e io sono partito per la guerra.
Un giorno Dio è venuto e mi ha detto: “Scusami, ho bisogno delle tue mani… e anche dei tuoi occhi”. Li ha presi e se n’è andato. No, mi sbaglio. Non mi ha detto: “Scusami”, non mi ha dato alcuna spiegazione. È venuto e si è preso le mie mani e i miei occhi. Poi se n’è andato, come un ladro che commette un furtarello. All’inizio, non ci ho creduto, non ho creduto che Dio fosse capace di questo! Poi, dal più profondo delle mie viscere, ho sentito risalire la cruda verità, ho sentito crescere il mio dolore. Un dolore immenso che è esploso in una collera tremenda che mi ha messo K.O., abbruttito e pieno di disperazione. Oh disperazione, tu sei il peggior dolore!
Lentamente, molto lentamente sono sopravissuto al mio dolore.
Un mattino mi sono svegliato ed ecco: Dio era là, accanto a me. Aveva posato la sua mano sul mio braccio. È bello, una mano di Dio sul braccio quando si ha il cuore pieno di dolore. Allora ho chiesto a Dio: “Perché ti sei preso le mie mani e i miei occhi?”. E Dio, guardandomi, ha aggrottato le sopracciglia e la sua mano ha stretto forte il mio braccio e la sua stretta non mi ha fatto male e le sue unghie non sono penetrate nella mia carne. E ho sperimentato che una mano di Dio non ha unghie per graffiare gli uomini.
Allora ho capito che Dio è amore, che Dio è veramente buono,
che Dio è interamente buono, che Dio è totalmente buono,
che Dio è infinitamente buono, che Dio è definitivamente buono.
Che Dio non può, no veramente, Lui non può essere altro che buono!
E ho spalancato le mie orbite vuote verso Dio e ho visto! Sì, ho visto Dio!
E ho sorriso a Dio e Dio mi ha sorriso! E ho visto che Dio era felice del mio sorriso
e ho donato la mia gioia a Dio e Dio mi ha donato la sua pace!
PER LA PREGHIERA
* Tu mi delizi, Signore, con il tuo infinito perdono! (Luisa)
* Tu mi delizi, Signore, con la tua Presenza! (Chiara)
* Tu mi delizi, Signore, con i tuoi messaggi (Maria Chiara)
* Tu mi delizi, Signore, con il tuo amore misericordioso e misterioso (sr. Paola)
* Tu mi delizi, Signore, con la Tua Parola, dolce come il miele e sempre nuova! (lauretta)
Continua tu…

nadiadea detto,
12 Febbraio 2009 a 14:05
Tu mi delizi, Signore,nella gioia e nel dolore, in ogni momento che sto in silenzio e riesco a sentirti dentro di me! Nadia
srpaolaosu detto,
12 Febbraio 2009 a 20:47
Grazie, Signore!
nadiadea detto,
14 Febbraio 2009 a 14:29
Ho letto Giobbe Capitoli 23,24,25… Bellissimo da seguire Grazie!
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Grazie, Signore, Nei giorni lieti di gioia pura, ed anche in quelli della sventura ti dirò sempre con tanto amore… Grazie Signore! (Nadia)
srpaolaosu detto,
14 Febbraio 2009 a 16:12
Sì, sempre: Grazie, Signore!